Referendum, Meloni: “Rispettiamo gli italiani”. Schlein: “I giovani hanno fatto la differenza”
Vittoria del No: la riforma costituzionale della Giustizia non si farà. Sono stati 14.461.375, pari al 53,74 dei votanti, gli italiani che si sono espressi per il No al referendum sulla riforma della giustizia varata dal governo di Giorgia Meloni. Per il Sì si fermano al 46,3% delle preferenze. Votano a favore le regioni del Nord, Veneto e Lombardia in testa, rispettivamente con il 58,3 e 53,7%. A Milano vince tuttavia il No. Il Sud invece si schiera compatto contro la riforma: in Campania i No arrivano al 65,2%, con Napoli che segna il record del 75,5% di voti contrari. Seguono Sicilia e Calabria. Scontato il voto contrario delle regioni “rosse”, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria.
La riforma oggetto della consultazione, proponeva una serie di interventi significativi: dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, alla creazione di un’Alta Corte Disciplinare, fino a un nuovo sistema di sorteggio per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). L’insieme di queste misure, presentate dal Governo come garanti di una maggiore autonomia e trasparenza, ha suscitato un dibattito acceso tra favorevoli e contrari.
Anche in Abruzzo è stata netta la vittoria del No, con una percentuale del 51,77% contro il 48,23. Registrata, inoltre, un’affluenza sopra la media nazionale: a recarsi alle urne sono stati il 60,51% degli abruzzesi.
Nel capoluogo di regione l’affluenza ha raggiunto il 67,26% (81 sezioni); nei capoluoghi di provincia Chieti è arrivata al 61,05% (54 sezioni), Pescara al 62,74% (170 sezioni) e Teramo al 64,26% (80 sezioni).
Tra le quattro province, anomala è la posizione di quella aquilana dove ha trionfato il Sì con il 52,47% contro il 47,53. Non a L’Aquila città, dove invece il No ha avuto la meglio con una percentuale superiore al 52%.
Come spesso accade, è probabile che il risultato del referendum porterà ora a ridisegnare l’Agenda Politica dei prossimi mesi, chiamando i partiti a ricalibrare le proprie priorità e le proprie strategie parlamentari, insieme a un’opinione pubblica che, anch’essa, ha dimostrato di voler essere sempre più protagonista nel dibattito politico.