TEatro:Il pirandelliano Turi Ferro a 100 anni dalla nascita

La grande carriera dell’attore siciliano ricordata a Catania. Attore grande e legato in modo naturale ai grandi autori della sua Sicilia, Turi Ferro, di cui il 10 gennaio sono stati i 100 anni dalla nascita e l’11 maggio saranno i venti dalla scomparsa nel 2001, è stato soprattutto pirandelliano in modo esemplare riuscendo a riunire, nella ambiguità propria della poetica del grande drammaturgo, le sue note qualità comiche con quelle alte e drammatiche giocando sui tempi e sulle pause. “Solitamente un attore, durante le pause, fa capire che sta riflettendo su una battuta.

Turi faceva e dava di più, un valore aggiunto – ha testimoniato Andrea Camilleri – inseriva nel suo recitare certe pause assolutamente comiche in un contesto drammatico, apportava ironia, modificando la regia, come ogni attore di razza”.
Attore completo appunto, capace di dar vita a personaggi che devono suscitare la risata, come commuovere con le sofferenze, di recitare in italiano come nella lingua siciliana, è stato anche personaggio importante che ha certamente contributo alla costruzione della moderna identità della sua città, Catania, facendo amare gli autori e i testi della tradizione e contemporanei, da Verga a Sciascia, ma soprattutto creando nel 1958 con i migliori attori della regione, Rosina Anselmi, Michele Abbruzzo, Umberto Spadaro, quel centro culturale che è ancora il Teatro Stabile, di cui è stato il simbolo e l’anima per oltre 40 anni. Ed è proprio lo Stabile a promuovere e coordinare le celebrazioni per questo centenario, con spettacoli, mostre, pubblicazioni, per ora fermate dalla pandemia.
La sua bravura faceva sì che apparisse un attore dal talento naturale, d’istinto, mentre era un vero professionista e ogni personaggio gli costava fatica, era frutto di un lavoro impegnativo sempre spronato da domande e dubbi nel destrutturare e poi ricostruire un testo, una parte. Solo allora la parola letteraria trovava la misura della finzione, quella musicalità intrinseca che la faceva corpo, risultando vera, come accade con la vera arte. Nato a Catania negli ultimi giorni del 1920 ma registrato all’anagrafe il 10 gennaio 1921, Salvatore Ferro, detto Turi, comincia a recitare giovanissimo, al teatro Coppola di Catania, nella compagnia filodrammatica, diretta dal padre Guglielmo Ferro e accanto a un altro Guglielmo, suo figlio, che porta il nome del nonno, concluderà la carriera facendogli firmare le regie dei suoi ultimi spettacoli, tra cui una ‘Tempesta’ di Shakespeare in cui oramai ottantenne era un magico Prospero, spettacolo raccontato in un docufilm di Daniele Gonciaruk ‘Turi Ferro – L’ultimo Prospero’ che allarga l’indagine a tutta la personalità dell’attore.
A livello professionale Ferro debutta nel 1948 nella Compagnia Rosso di San Secondo a Roma assieme a Ida Carraro, che veniva dalla Compagnia della Borboni e che diverrà sua moglie nel 1951.
Con lei, compagna di vita e d’arte, tornato a Catania, fonda l’Ente Teatrale Sicilia nel 1957 da cui prenderà vita l’anno dopo lo Stabile, dove esordisce con ‘Malia’ di Luigi Capuana e poi in quel ‘Liolà’ che gli dà notorietà, tanto che quel vitale e sanguigno don Giovanni di campagna, che tutte le donne desiderano e che nessuna vuole sposare, diverrà uno dei suoi cavalli di battaglia per oltre un ventennio.
Da allora è un susseguirsi di spettacoli e tournée, anche all’estero, che comprendono quasi tutto Pirandello, comprese alcune novelle e ‘Il fu Mattia Pascal’, e molti dei romanzi di Sciascia, a cominciare da ‘Il giorno della civetta’, ma questo non gli impedisce di accettare chiamate importanti come quella di Strehler nel 1966 che lo volle mago Cotrone nei ‘Giganti della montagna’ e, negli anni, tante altre, che vanno da Squarzina a Lavia, per recitare classici da Sofocle a Shakespeare, senza dimenticare Rossellini per ‘Carabinieri’ di Joppolo al festival di Spoleto del 1962.
Tra i suoi successi vanno annoverate numerose versioni teatrali dei grandi romanzi siciliani: da ‘Mastro don Gesualdo’ di Verga, dove pare fosse d’intensità emozionante la scena della morte, al ‘Bell’Antonio’ di Brancati e poi un classico della comicità siciliana, ‘L’aria del continente’ di Nino Martoglio, ma anche un ‘Sindaco del rione Sanità’ di Eduardo.
Il cinema è spesso ricorso a lui, ma non è mai riuscito a dargli quel rilievo che aveva nel mondo del teatro, pur contando alcuni buoni film, da ‘Un uomo da bruciare’ di Orsini e dei Taviani a ‘Io la conoscevo bene’ di Pietrangeli, ‘Malizia’ e ‘Ernesto’ di Samperi, ‘Mimì metallurgico’ della Wertmuller o ‘Tu ridi’ dei Taviani. Lo stesso vale per la carriera televisiva all’epoca dei grandi sceneggiati, ricordando soprattutto quelli nati dai romanzi di Verga, ma non solo. Avrebbe dovuto essere Geppetto nel ‘Pinocchio’ di Benigni, che al momento della sua scomparsa l’ha ricordato: “Candido, tragico, umile e alto. Era il Geppetto dei miei sogni. Continuerò a sognarlo. Era un attore di stratosferica bellezza. Il suo volto poteva abitare con la medesima forza paesaggi reali e luoghi fiabeschi”.

0